Commedia
Mio marito parlava troppo

Noi, oggi, da che parte saremmo stati?
Signore e Signori, ogni epoca sceglie i propri eroi. Più spesso, però, sceglie i propri colpevoli.
Questa non è soltanto la storia di Socrate. È la storia di una città che, nel momento in cui si proclamava libera, scoprì di avere paura della libertà. Paura di un uomo che non guidava eserciti, non cercava il potere, non possedeva ricchezze. Aveva soltanto una straordinaria ostinazione: fare domande.
Da oltre duemila anni il processo a Socrate viene raccontato come il processo a un filosofo. Forse, invece, fu il processo alla coscienza. Perché ogni potere tollera chi dissente, finché il dissenso resta silenzioso; ciò che davvero inquieta è chi costringe gli altri a pensare.
Mio marito parlava troppo nasce da questa intuizione. Non vuole ricostruire con fedeltà archeologica il processo ateniese, ma riportarne sulla scena il nucleo umano. Anito, Meleto, i giudici, Santippe e lo stesso Socrate non sono soltanto personaggi del V secolo avanti Cristo. Sono archetipi. Sono le nostre paure, le nostre convenienze, il nostro desiderio di sicurezza, il nostro bisogno di sentirci dalla parte giusta.
La domanda che attraversa quest'opera non è se Socrate fosse innocente. La storia ha già risposto. La domanda è un'altra, molto più scomoda: noi, oggi, da che parte saremmo stati?
Avremmo avuto il coraggio di difendere chi mette in discussione le nostre certezze? Oppure, come accade spesso nelle grandi ingiustizie della storia, ci saremmo limitati a pensare che fosse la soluzione meno dolorosa? Da sociologo, prima ancora che da autore, mi interessa osservare il momento in cui una società smette di ascoltare la coscienza e comincia ad ascoltare soltanto il consenso. È lì che la legge rischia di diventare un rifugio della paura, e l'obbedienza viene scambiata per giustizia.
Per questo il titolo è affidato a Santippe. Per tutta la vita dice al marito: «Parlavi troppo.» Solo alla fine comprende che il problema non era la quantità delle parole, ma la povertà dell'ascolto. È una confessione che riguarda tutti noi.
Il teatro non ha il compito di consegnare risposte. Le risposte appartengono ai tribunali, ai governi, ai manuali. Il teatro, quando riesce, restituisce domande. E le domande hanno una forza singolare: continuano a vivere anche quando chi le ha pronunciate non c'è più.
Se, uscendo da questa sala, porterete con voi una sola domanda in più rispetto a quando siete entrati, allora Socrate, ancora una volta, avrà parlato troppo.
E noi, forse, avremo finalmente imparato ad ascoltare.
Per tutta la vita Santippe gli dice «parlavi troppo». Solo alla fine capisce che il problema non era la quantità delle parole, ma la povertà dell'ascolto.
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Il copione non è scaricabile. Per leggerlo, per una lettura scenica o per una produzione, si scrive all'autore.
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