Dramma
Il viaggio che resta

Abbiamo conosciuto Ulisse, o soltanto il racconto che gli altri hanno costruito su di lui?
«Il viaggio che resta» non è una semplice riscrittura del mito o una rilettura del XXVI canto dell'Inferno dantesco, ma un confronto filosofico, poetico e profondamente umano tra due viaggiatori.
Il luogo della scena è già una dichiarazione poetica: una nebbia che non sappiamo se appartenga al mondo reale, al sogno, alla memoria o a quella terra di confine che separa la vita dalla coscienza. In quella sospensione emerge Ulisse, non più l'eroe celebrato dai poemi, ma l'uomo rimasto solo davanti al proprio mare interiore.
Ed è qui che l'autore compie la sua scelta più interessante: togliere la maschera alla leggenda.
Ulisse non è più soltanto colui che sfida gli dèi, inganna il ciclope, ascolta il canto delle sirene e supera le Colonne d'Ercole. È un uomo stanco, fragile, pieno di domande. Un uomo che scopre che il viaggio più lungo non è quello che attraversa gli oceani, ma quello che attraversa la propria coscienza.
L'incontro con Dante diventa allora un incontro tra due visioni dell'esistenza.
Il poeta arriva come giudice e pellegrino. Ulisse lo accusa di averlo trasformato in un simbolo, di avergli tolto la possibilità di raccontare la propria verità.
È forse il passaggio più potente dell'opera è la riflessione sul rapporto tra vita e narrazione.
Chi vive appartiene a sé stesso. Chi viene raccontato appartiene alla storia.
Ma la storia, spesso, arriva quando l'uomo non può più difendersi.
Ed allora il testo mette in scena una domanda fondamentale: abbiamo davvero conosciuto Ulisse o abbiamo conosciuto soltanto il racconto che gli altri hanno costruito su di lui?
La risposta non è mai definitiva, perché il teatro non cerca sentenze. Cerca contraddizioni.
Ulisse è colpevole e innocente, è coraggioso e fragile. È un uomo che cerca la conoscenza, ma che rischia di trasformare la conoscenza in una fuga da sé stesso.
Ed è proprio qui che il mito diventa una lente per osservare la società contemporanea.
Chi vive appartiene a sé stesso. Chi viene raccontato appartiene alla storia.
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