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CORTOCIRCUITO COGNITIVO

Il nome del nemico

Copertina disegnata per Il nome del nemico

Uno spettacolo necessario, brillantemente scorretto e, purtroppo per le nostre definizioni, drammaticamente vero.

C’è una grande, consolante virtù nell’italiano medio contemporaneo: la propensione al risparmio. Non parliamo di investimenti bancari, ma di un'economia ben più redditizia: quella del pensiero. “Il nome del nemico” nasce esattamente all'incrocio di questo cortocircuito cognitivo. La pièce prende una parolina flessibile, sdoganata dalle piste da ballo dell'asfalto milanese alla fine degli anni Ottanta, e la osserva mentre viene presa per il bavero e trascinata a forza nelle aule di tribunale e nei talk-show politici: il maranza. La tesi sociologica su cui poggia l’intero bisticcio teatrale è di una comicità disarmante: abolire i tribunali, licenziare i giudici, archiviare i faldoni e aprire un dizionario. Perché indagare costa tempo, raccogliere prove richiede fatica, mentre lo slogan ha il pregio inestimabile di essere straordinariamente economico: basta un'occhiata, una tuta sintetica, un borsello a tracolla, un taglio di capelli sfumato e il processo è già finito. Manca solo la condanna, ma per quella i social network offrono un servizio clienti attivo ventiquattro ore su ventiquattro.Attraverso un serrato e spietato botta e risposta tra Tommaso, l'instancabile difensore dei fatti reali, e Matteo, la tonante ed ectoplasmatica "voce fuori campo" che riassume le paure e i tweet della nazione, lo spettacolo mette a nudo la catena di montaggio del pregiudizio istituzionale. Prima si inventa una categoria, poi le si attribuisce un identikit criminale pazzesco, un curriculum fantascientifico dove lo stesso minorenne, nella medesima settimana, insulta un vigile e organizza una cosca mafiosa, e infine si trasforma l'insulto in una norma sulla cittadinanza.

Il testo ironizza sul paradosso della giustizia preventiva, dove non si giudica più ciò che una persona fa, ma ciò che rappresenta. Come ci ricorda la parabola comica dello spettacolo, la paura non è una debolezza transitoria ma è una risorsa rinnovabile, un formidabile carburante elettorale che non conosce crisi, purché ogni sei mesi si trovi un volto nuovo da indicare col dito. Il dramma si chiude con una domanda filosofica e scomoda che scende dal palco e interroga la platea, “cosa succede a noi quando guardiamo chi non ci somiglia?” Perché una società democratica si riconosce da come tratta il diverso non quando è educato, riconoscente, silenzioso e possibilmente invisibile, ma quando incontra la complessità.

L’autore ci ricorda che il teatro può permettersi il lusso di inventare un personaggio, la giustizia e le politiche pubbliche … purtroppo, no.

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