Commedia
Chi ha detto che non si può

Una commedia sull’amore, la guerra e il diritto di desiderare
Troia è sotto assedio da dieci anni e come accade spesso nelle guerre che durano troppo, ormai tutti sanno perfettamente cosa bisogna pensare. I generali decidono. I governanti spiegano. I sacerdoti interpretano gli dèi. Gli esperti commentano. E i cittadini aspettano di sapere quale sia l’opinione corretta.
Poi, però, succede qualcosa di molto più pericoloso di una battaglia. Due persone si incontrano. Lui è il più grande guerriero dei Greci e lei è la figlia del re di Troia. Ma quando due persone appartenenti a mondi che si sono costruiti reciprocamente come nemici cominciano a parlarsi, la guerra scopre la propria fragilità. Quando gli dai un nome, un volto, una voce, una paura, un desiderio, una fragilità… diventa improvvisamente un essere umano.
Ed è qui che comincia il problema. Chi ha detto che non si può amare il nemico?
In fondo è una paura molto contemporanea. La guerra ha bisogno di ruoli, l'amore, invece, ha bisogno di persone. E allora la storia di Achille e Polissena diventa una piccola, ostinata sociologia della disobbedienza.
Il loro amore diventa una colpa, perché il potere sopporta molte cose ma sopporta con enorme difficoltà le persone che non rispettano il personaggio che è stato loro assegnato.
E allora arriva Dante. E qui la tragedia si concede persino il lusso dell'ironia. Achille muore e scopre che persino nell'aldilà qualcuno ha bisogno di collocarlo, nel nostro caso secondo cerchio, lussuriosi, passione della carne.
Achille domanda, con una semplicità quasi disarmante, perché gli uomini hanno una straordinaria capacità di costruire regole sul corpo, sul desiderio, sull'amore e sulla morale, soprattutto quando a vivere quelle regole sono gli altri.
La commedia, nello stile dell’autore, non pretende di dare risposte preferisce fare domande.
Perché forse la pace non comincia quando smettiamo di combattere, ma forse comincia quando smettiamo di aver bisogno di un nemico. E forse amare, in tempo di guerra, non significa essere ingenui ma compiere un gesto radicalmente politico, ovvero guardare una persona e avere il coraggio di non vedere ciò che ci hanno insegnato a vedere.
Il resto è Troia. E Troia, come sappiamo, è sempre molto più vicina di quanto pensiamo.
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