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dalla pedana al palcoscenico

IO E IL MIO DOPPIO

Sono istruttore di scherma e dopo tanti anni ho capito che insegnare non significa insegnare a colpire. Significa insegnare a stare.

Stare davanti a un avversario senza averne paura.

Stare dentro un limite.

Stare dentro una regola.

E, soprattutto, stare dentro se stessi.

La pedana è un luogo strano, due persone si affrontano con una spada in mano, ma prima di cominciare si salutano.

Non è una formalità. È il riconoscimento dell'altro. Perché senza l'altro non esiste assalto, non esiste confronto, non esiste neppure il nostro gesto.

E poi c'è la maschera.

Ci hanno sempre insegnato che la maschera serve a nascondere. Io, invece, ho scoperto che qualche volta serve a rivelare.

Dietro quella griglia rimangono il corpo, il respiro, la paura, il coraggio.

Rimane quello che sei.

Io non insegno ai miei allievi semplicemente a vincere. Insegno loro a fare lezione, ad ascoltare, a rispettare, a scegliere.

Perché ogni affondo è una decisione. Ogni parata è una risposta. Ogni passo indietro può diventare il modo per trovare il passo avanti.

E forse è questo che la scherma mi ha insegnato più di ogni altra cosa, che si può combattere senza essere nemici.

Si può cercare di toccare l'altro e, nello stesso tempo, rispettarlo.

Alla fine dell'assalto ci si toglie la maschera e ci si stringe la mano perché prima di essere schermidori siamo persone.

Ci hanno insegnato che nella vita dobbiamo toglierci la mascheram essere autentici, trasparenti, ma io ho imparato il contrario. Che a volte mettendola diventiamo noi stessi.

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