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L’ossimoro della democrazia
Viviamo la stagione in cui sta mutando la comunicazione politica sia dal punto di vista delle sue combinazioni sintattiche e semantiche sia secondo gli aspetti strutturali, quelli retorici e ideologici, le modalità e le strategie conversazionali e, naturalmente, il contesto di riferimento. In questo senso il caso Berlusconi e il caso Vendola meritano una riflessione.
Se in Italia, un certo grado di personalizzazione era già presente alla fine degli anni ottanta questi si è imposto negli anni novanta soprattutto con lo scontro diretto tra i candidati premier. Infatti, se ormai si tratta di un fenomeno presente a tutti i livelli di competizione politica, è pur vero che parlare di politica personalizzata significa riferirsi in primo luogo a Silvio Berlusconi e al suo partito personale, un vero pioniere del passaggio da un modello di comunicazione politica partitocentrico ad uno candidatocentrico, in modo tra l’altro non dissimile da quanto avvenuto in altri contesti nazionali (le similitudini appaiono marcate soprattutto con la politica statunitense).
D’altronde, come ha messo in rilievo l’ampia letteratura sul tema, la valutazione delle caratteristiche personali dei candidati è una delle scorciatoie cognitive più facilmente adottabili in assoluto, a maggior ragione, si è dimostrata tale nel caso di elettori come quelli italiani dei primi anni novanta, privati dei loro principali punti di riferimento dal collasso del sistema partitico e bersagliati da grandi quantità di informazione politica.
Questa tendenza alla personalizzazione si è tradotta in una massiccia campagna di manifesti elettorali per continuare con la demonizzazione dell’avversario che anche grazie all’enfatizzazione del conflitto di interessi ha prodotto un effetto framing capace di condizionare l’intera vita politica, inducendo gli elettori a ragionare in termini referendari. L’uso poi dell’intreccio tra linguaggio della televisione e politica-spettacolo, che avrebbe guadagnato milioni di voti al centro-destra, avanza un chiaro argomento a favore della centralità della comunicazione politica.
Il linguaggio di Berlusconi continua a suscitare un certo interesse da parte degli studiosi che, all’uso della retorica, originata dalle caratteristiche psicologiche del personaggio e dalla sua esperienza di imprenditore in un settore dove immagine e marketing giocano un ruolo fondamentale, affiancano la sua capacità di trasformare ogni narrazione in fiaba, ma, al tempo stesso, di saper maneggiare con successo le regole canoniche della comunicazione: brevità, linearità e chiarezza, una formula che qualcuno ha definito gentese, termine che si contrappone al politichese, una tendenza alla semplificazione accompagnata da una certa approssimazione e irritualità.
Così la retorica berlusconiana offre un campionario di metafore e simboli degni di nota quali il tema del nuovo rispetto al vecchio, del sogno americano, dell’uomo fatto da se e, a rafforzare il tutto, la tendenza del leader a educare i suoi ascoltatori illustrando il suo punto di vista come se fosse una lezione.
Se quindi prima le ideologie avevano la precedenza e la comunicazione politica era solo il richiamo a teorie e concezioni ben precise, oggi la politica ha invaso i campi della psicologia ed ha assunto i connotati dell’offerta che, molto spesso a prescindere dalla sostanza del bene, offre familiarità e conforto. Così alle ideologie si sono sostituite le persone, che si fanno non solo portavoce di concetti atavici ma ne assorbono la valenza politica e grazie all’utilizzo dei media, l’elettore associa la teoria politica all’individuo incaricatosi di esporla. Una familiarità acquisita nel tempo grazie a frequenti apparizioni mediatiche, diventa allora una strategia lungimirante per assicurarsi consensi.
Fino a ieri la destra italiana è stata il soggetto capace di aver accentrato l’attenzione su unica persona, assicurandosi un punto fermo ed una stabilità irremovibile, dimostrandosi capace di esporre concetti di notevole complessità economica come qualcosa di semplice, lontano dalle problematiche finanziarie gravanti sulle amministrazioni statali, potremmo chiosare: la semplicità diretta a colpire l’emotività del popolo, in un confronto con la piazza capace di penetrare la cappa meramente istituzionale della politica, propinando un’immagine sorridente, predisposta allo scherzo come a voler rimarcare la costante umanizzazione di un personaggio politico che da sempre trova una mitizzazione goliardica e dove la vita privata, adombrata da lecite pretese di privacy, viene in realtà lievemente svelata per tentare un approccio diretto e affabile tale da dare l’effetto e l’immaginifica di confidenzialità tra il politico e l’elettore.
Dicevo fino a ieri, oggi, infatti, assistiamo ad una mutazione genetica che, a mio avviso, sembra rappresentare una speranza per tanti elettori italiani di sinistra. Alludo al fenomeno Vendola laddove per esempio diventa sempre più difficile sentire la gente parlare di lui, se non chiamandolo Nichi.
Anche lui si rivolge al popolo, non risponde ai rimbrotti che gli rivolgono i suoi avversari e usa ogni critica che gli avversari gli fanno in positivo. La sua storia, i suoi ideali sono quelli di tutti gli sconfitti che però, grazie a lui sono giunti alla vittoria. Se vinco io, vincete voi; se sparisco io, scompariamo insieme. Il tutto, condito di bagni di folla, pianti collettivi e il supporto delle più moderne e scaltre tecniche di comunicazione.
Capace di ridurre la questione comunista a tematica identitaria e residuale, persino suicida, presentandosi come il superamento della sinistra in crisi permanente di autorappresentazione e delle sue pratiche, forte della sua leadership unica, dove si vorrebbe che l’intelligenza collettiva si disponesse attorno alla promozione del personaggio per comunicare e far proliferare il suo potere carismatico.
Per questo Vendola pur non cercando lo scontro ingaggia il conflitto affinché il vendolismo non si traduca nell’ennesima riedizione dello sterile collateralismo critico al maggiore partito del centrosinistra, del quale mira con battaglie populistiche ad acquisirne la maggioranza del potere azionario.
Ma è solo grazie al meccanismo delle primarie che Vendola riesce a realizzare la metabolizzazione dei sistemi maggioritari in termini di oltrepassamento dei partiti. Ricordiamoci come fino a ieri il sistema maggioritario ha rappresentato una ristrutturazione da destra del potere politico in Italia, e quindi imitando Berlusconi il modello politico vendoliano vuole godere di una separazione di piani di lavoro dimostratasi fin qui produttiva.
C’è un piano di pragmatismo amministrativo, sia conflittuale che negoziale con i poteri forti e c’è un piano di comunicazione politica che, in termini di messaggio carismatico, valorizza questo pragmatismo amministrativo. E’ chiaro che anche in questo caso il modello è destinato a tenere fino a quando questi due piani si terranno in equilibrio. In questo senso il leader coesiste con questo punto di equilibrio rappresentandone sia l’elemento di forza che quello di debolezza. Il potere è sovrano sul piano della comunicazione, carismatico nei confronti della propria rete di appoggio ma negoziale nei confronti dei poteri forti così ancora una volta si è semplicemente sovrapposto un potere carismatico a uno amministrativo che continuamente produce conflitti e negoziazioni con i poteri forti.
Concludendo credo di poter dire che oggi in Berlusconi assistiamo proprio alla rottura tra potere carismatico e mediazione reale, con conseguente difficoltà a mantenere l’equilibrio presente tra l’immagine e la tenuta del suo governo, e Vendola dovrebbe trarne una pesante lezione.
Forse la nostra speranza è allora proprio in un ritorno al rispetto del dettato costituzionale, alla democrazia partecipata, capace di assegnare alla politica un ruolo centrale e impedire ai leader di turno di svuotare i poteri costituzionali rendendoli privi di significato, e ai media il ruolo periferico che gli spetta.
Lo spazio dei mass media non esaurisce, infatti, lo spazio pubblico, perché sempre esisterà un territorio nella società civile non rappresentato, al cui interno nascono sensibilità e si sviluppa un dibattito tra intellettuali, piccoli gruppi, che viene raccolto e diffuso da associazioni e da una stampa specializzata, fino a trasformarsi in nuove subculture e finalmente raggiungere l’opinione pubblica più ampia.
Solo grazie a ciò saranno sconfitte derive cesaristico-democratiche ed evitate nuove avventure costruite sulle vicende di fiabe e narrazioni che nel millennio passato avremmo liquidato col termine sudamericano e che oggi assumono sempre più fisionomia di una scommessa.
pubblicato il 12 Agosto 2010 @ 14:54 da Alessandro La Noce » 0 Commenti
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